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IL RAPPORTO 1.5 DELL’IPCC


L’8 ottobre scorso è stato presentato a Incheon, Corea Del Sud l’atteso “Rapporto 1.5” dell’IPCC. I “decisori politici”, i quasi 200 capi di stato che hanno firmato l’accordo di Parigi a dicembre 2015, avevano affidato a questa agenzia dell’ONU, l’Intergovernmental Panel Climate Change, un mandato chiaro: verificare a due anni di distanza la road map per il raggiungimento degli obiettivi fissati nell'accordo (ovvero contenere l’aumento della temperatura media sul nostro pianeta a 1,5°C, al massimo 2°C). In sostanza, il mandato incaricava centinaia di scienziati di 40 paesi diversi di raccogliere e organizzare i dati aggiornati di migliaia di ricerche e studi di provata serietà sul riscaldamento climatico.

I risultati del corposo documento scientifico di oltre mille pagine, sono stati raccolti in un documento chiamato “Sintesi per i decisori politici” di 150 pagine circa nel quale la parte più importante, cioè le conclusioni, sono in tutto una trentina di pagine. Soprattutto questa parte del documento è stata il frutto di una serrata trattativa politica in quanto il Rapporto 1.5 è soggetto ad approvazione dei rappresentanti dei governi. A corollario, l’IPCC ha diffuso anche un “comunicato stampa” nel quale, fuori dalle formule e dai formalismi dei documenti, si è rinnovato l’unanime grido di allarme del più accreditato mondo scientifico evidenziato anche dalle dichiarazioni riportate dei presidenti dei tre Working Groups che hanno lavorato:

“I prossimi anni sono probabilmente i più importanti della storia dell’umanità”. “Uno dei messaggi chiave che emerge con molta forza da questo rapporto è che stiamo già vedendo le conseguenze del riscaldamento globale”. "Ogni piccola quantità di riscaldamento in più aumenta il rischio di cambiamenti di lunga durata o irreversibili”.

Il comunicato stampa apre con questa frase: “Limitare il riscaldamento globale a 1,5°C richiede cambiamenti rapidi, lungimiranti e senza precedenti in tutti gli aspetti della società” perché dovremo farlo in 12\15 anni. Infatti, le emissioni di CO2 prodotte dall'attività umana dovrebbero diminuire del 45% entro il 2030, raggiungendo lo zero intorno al 2050.

L’IPCC considera 1.5°C un obiettivo improbabile da raggiungere poiché “i cambiamenti climatici hanno le caratteristiche di un'azione collettiva prodotta su scala globale” e la mitigazione non sarà efficace se i singoli agenti promuovono autonomamente i propri interessi, con un implicito riferimento alle attuali scelte del governo australiano e degli USA.

Avverte però che l’aumento che il mezzo grado in più, quello tra 1.5°C e 2°C, avrà conseguenze disastrose. Sicuro è l’aumento della acidificazione dell’acqua del mare per lo scontato aumento della CO2 e quello dell’innalzamento del livello in tutti gli oceani a causa dello scioglimento dei ghiacci terrestri, di quelli perenni delle calotte in Groenlandia e Antartide e della loro totale scomparsa durante le estati in Artico. Le barriere coralline sono date in buona parte o del tutto perse. Per gli ecosistemi più fragili la differenza sarà evidente con siccità e ondate di calore nell’ hot spot del Mediterraneo, la perdita di suoli fertili aridi nel Sahel o costieri come in Bangladesh che costringeranno decine di milioni di persone o forse due centinaia di milioni (!) se non si agisce con decisione.

Dunque più accessibile l’obiettivo dei 2°C che lascia più tempo alla transizione per il “rapido” cambiamento.

In entrambi i casi, nel fare il bilancio delle emissioni complessive di CO2, l’IPCC sottolinea che ogni emissione in eccesso dovrebbe essere comunque bilanciata dalla sua rimozione dall'atmosfera.

Il Rapporto contiene molte altre conferme, tra le più significative sono quelle che indicano che l’aumento di un grado non è omogeneo. Vale su tutti l’esempio dell’artico dove l’aumento di temperatura raggiunge i 4/5 gradi, la diminuzione della velocità della corrente marina in Atlantico settentrionale, la migrazione delle specie vegetali verso l’alto e quella più rapida delle specie marine verso nord dove fa meno caldo, l’estinzione rapidissima di molte di esse, l’aumento del livello di tutti i mari, gli eventi meteorologici estremi, ecc. sono alcuni dei fenomeni provati in modo definitivo nel Rapporto.

Tutto ciò costituirà la base della discussione alla Cop 24, la prossima Conferenza mondiale sul clima indetta dall'ONU che si terrà dal 3 al 14 dicembre prossimo a Katowice, in Polonia.

Il Rapporto conferma purtroppo le decennali istanze del movimento ecologista che per anni fu accusato di “catastrofismo” per avere anticipato le sue conclusioni di oggi. Senza risalire al famoso “I limiti dello Sviluppo” pubblicato nel ‘72, vale almeno la pena ricordare la conferenza di Rio del ‘92, forse il più grande successo degli ecologisti, dove i “decisori politici” aderirono al “Rapporto Bruntland” (più conosciuto come Our Common Future) dove la necessità di una rapida riconversione produttiva per uno “Sviluppo sostenibile” si accompagnava al “principio di precauzione”.

Almeno due considerazioni sono quindi possibili e sono amare perché ci saremmo davvero compiaciuti di essere smentiti. La prima è che ogni dubbio o incertezza sulla responsabilità antropica del riscaldamento climatico sono spazzati via dal Rapporto che di fatto conferma le posizioni sostenute dagli ecologisti da più di 40 anni e che sono ora riconosciute dai “decisori politici”. La seconda è quella che preoccupa di più, perché chiama con forza all'azione la generazione presente -altro che generazioni future- in quanto il cambiamento climatico non solo è già in atto ma è in accelerazione, dando così conferma alle ragioni che hanno portato alla nascita di Planet 2084.

Ugo Maria Poce

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