Cosa (non) è stato deciso a Madrid: resoconto di una Planetaria.

La Conferenza delle Parti (COP) è la conferenza dove ogni anno dal 1994 tutti i delegati istituzionali per la protezione ambientale e climatica dei vari paesi si uniscono per dimostrare i loro contributi nella riduzione del cambiamento climatico. Il cambiamento climatico è una realtà globale e perciò è un problema che va affrontato coesi tra paesi, il più grande organo di cooperazione sono le Nazioni Unite, che racchiudono 195 paesi e organizzano annualmente questa conferenza. Arrivati alla venticinquesima COP in quest’anno 2019, la situazione si può dividere in due realtà: l’ente di protezione ambientale delle Nazioni Unite (UNEP), il corpo dedicato ai cambiamenti climatici delle Nazioni Unite (UNFCCC), il gruppo Intergovernativo per il Cambiamento Climatico (IPCC), la comunità scientifica internazionale, varie e diverse organizzazioni non governative (ONG), i ragazzi dei Fridays for Future (FFF) tutti moralmente uniti per chiedere ai politici contributi più ambiziosi e far percepire l’urgenza con cui questa azione per ridurre il cambiamento climatico deve essere fatta. Dall’altra parte i politici che allungano il brodo, finisco i negoziati 24 ore dopo rispetto alle tempistiche fissate e rimandano le decisioni all’anno prossimo (2020).


Qual è il problema?

Nel 2015 è stato firmato dai paesi delle Nazioni Unite l’accordo di Parigi, per evitare di raggiungere un aumento di temperature medie globali di 2°C. Nel 2018 l’IPCC, il gruppo intergovernativo di scienziati volontari che mettono a disposizione dei politici le conoscenze della Scienza in ambito di cambiamento climatico, ha suggerito ai politici di essere più conservati e limitare il riscaldamento a 1.5°C. La differenza tra stare entro l’1.5°C o i 2°C, tra le altre, è la sopravvivenza o meno dei coralli tropicali, che a 2°C sono destinati al 90% di mortalità globale (per più informazioni: Special report 1.5°C IPCC). Detto questo, ad ora i paesi non si sono impegnati a sufficienza e la proiezione entro la fine del secolo continuando a comportarci nello stesso modo è un aumento di temperatura media globale di 3.2° C ben fuori i limiti sicuri suggeriti dalla Scienza (Figura 1, 66% di probabilità, IPCC). Al 2019, ancora 400 milioni di euro a livello globale vengono investiti in sussidi ai combustibili fossili, dato che non sembra supportare un’inversione verso una produzione di energia più pulita.


Figura 1: Nella figura sopra si mostrano le concentrazioni di emissioni in atmosfera con le politiche correnti (current policy scenario) e quelle che dovrebbero essere le concentrazioni ai limiti di 2°C e 1.5°C dichiarati come sicuri dalla Scienza (2°C range e 1.5°C range rispettivamente).


Cosa bisognerebbe, invece, fare?

Per rispettare i limiti suggeriti dall’IPCC, le emissioni dovrebbero diminuire del 7.6% per anno nei prossimi dieci anni (2020-2030) per stare all’interno del limite di 1.5°C e 2.7% per anno per il limite dei 2°C (Emissions Gap report 2019, UNEP). Questa riduzione ad oggi risulta per le Nazioni difficile se non impossibile ma più aspettiamo e più diventerà complicato farlo, per questo il motto della COP 25 è stato limpido e cristallino: “AGIRE ORA!”. Globalmente il 78% delle emissioni è prodotto dai paesi del G20 (tra cui si annovera l’Italia). C’è la necessità di più impegno nei confronti della tematica ambientale da parte di questi che rappresentano i paesi che più contribuiscono all’inquinamento atmosferico. Arrivati alla COP 25, 71 Paesi si erano dichiarati disposti a ridurre le emissioni nette (cioè il risultato il bilancio tra carbonio prodotto e assorbito) a zero entro un limite x di tempo (diverso per ogni Paese), ma questi paesi insieme costituiscono solo il 15% delle emissioni globali, perché stati più piccoli o meno inquinanti. Alla stessa conferenza però l’Europa ha dato un forte messaggio aggiungendosi, con tutti gli stati membri a questo obiettivo di “carbon neutrality” entro il 2050 (Green Deal). Il Green Deal è anche di supporto per la decarbonizzazione nei Paesi in via di sviluppo tramite l’aiuto finanziario dei Paesi Europei. Come si sta muovendo l’ITALIA?

Alla COP di Madrid l’Italia con il Ministro dell’Ambiente Sergio Costa, si mostra tra uno dei governi che più pone attenzione al tema del cambiamento climatico e tra quelli che sta facendo qualcosa di davvero concreto. l’Italia è pioniere, come primo paese al mondo, per aver inserito il cambiamento climatico nei programmi scolastici di tutti le classi. I ministri Costa e Fioramonti, rispettivamente dell’ambiente e dell’educazione, sostengono fieri questa loro decisione, ormai diventata legge nel nostro Paese, e sono da esempio nel padiglione italiano della conferenza di positività e azione di fronte a tutto il mondo istituzionale e scientifico che li applaude entusiasta. A parte, l’aspetto dell’educazione, comunque importantissimo per insegnare alle nuove generazioni a non fare gli stessi errori del passato. Il problema in Italia, come negli altri Paesi è la DECARBONIZZAZIONE cioè cambiare la nostra produzione di energia dai combustibili fossili che rilasciano CO2 (primo gas causa del cambiamento climatico) alle fonti rinnovabili (sole, vento, acqua etc.).


In Italia per ora ci sono tanti scenari di transizione verso le rinnovabili, da quelli prodotti dal Politecnico di Milano, dall’ENEA (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile) o dal CMCC (Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici), centri di ricerca che costituiscono la TASK FORCE per la decarbonizzazione fondata in Italia nel 2017; il problema è che manca una strategia nazionale (delle leggi) che la sostenga, e porti all’abbandono o riduzione dei combustibili fossili.

Lo stesso ministro Fioramonti probabilmente mosso dalla sconfitta della COP ha suggerito a Eni (principale azienda fornitrice di petrolio in Italia) di abbandonare i combustibili fossili, il che distruggerebbe un’azienda in piedi da almeno tre generazioni che ovviamente ha risposto in malo modo al ministro. Bisogna però anche dire che già nel 2011 l’Italia aveva superato l’obiettivo posto dall’Unione Europea di raggiungere il 17% di energia prodotta da fonti rinnovabili (entro il 2030) raggiungendo il 23,5% nel settore elettrico. Inoltre da quegli anni c’è stata una grande crescita del fotovoltaico che risulterà la fonte rinnovabile più diffusa in Italia.


L’Italia ha posto invece come obiettivo per il 2030 il raggiungimento del 33% di energia da fonti rinnovabili rispetto al livello nazionale 2005. Il green deal europeo porta però delle novità, infatti queste percentuali devono arrivare al 50% e non solo nel settore elettrico (anche in agricoltura, allevamento, trasporti aerei) per rispettare i limiti di 2°C e 1.5°C imposti dalla Scienza.


Possiamo farcela? Credo di si!

L’Italia è il quarto Paese per produzione da fonti rinnovabili in Europa. Bisogna eliminare totalmente il carbone, il prima possibile (magari entro il 2025, come suggerito dall’Enea). Oltre al settore energetico la decarbonizzazione deve avvenire anche in altri settori come quello dell’agricoltura con 35 Mt CO2eq cioè il 17% delle emissioni totali con la richiesta di nuove tecnologie spesso non proprio pronte ad oggi sul mercato. In tutto questo interessante potpourry di azioni per ridurre le emissioni, ricordiamoci che l’Europa e quindi l’Italia, dovrà raggiungere emissioni nette pari a zero e quindi parte delle emissioni che ancora verranno emesse devono essere assorbite, e su questo, almeno alla COP 25 nessuno ha fatto accenno. La riforestazione è molto comune nei Paesi in via di sviluppo, molti sono i programmi di riforestazione qui finanziati dai Paesi sviluppati; ma a casa nostra perché non li pensiamo? Non abbiamo l’expertise o forse è semplicemente che non ci interessa far passare al mondo che usiamo soluzioni basate sulla natura e invece vogliamo investire su macchinari innovativi come quelli di “Air-capturing” che costano tantissimo ma danno “vanto” alla Nazione? Questo è sicuramente un punto da approfondire e speriamo che l’Italia lo prenda presto in considerazione.


Laura Basconi

PhD in Science and Management of Climate change (applied on marine ecosystems)

Department of Environmental science, informatics and statistics, Ca' Foscari University, Venice, Italy  

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