Planet of the Humans: il nuovo film di Michael Moore e la riconquista dell’ambientalismo

Il 22 aprile, cinquantesima Giornata della Terra, Michael Moore ha messo a disposizione su YouTube, per un mese, il nuovo film inchiesta di cui è produttore esecutivo, realizzato con il regista e autore Jeff Gibbs.

In pochi giorni il film ha causato una levata di scudi negli USA, dove è stato accusato di essere “selvaggiamente antiscientifico” e divisivo del movimento ambientalista, all’interno del quale si sono formate già diverse fazioni.

Il motivo è presto detto, basta partire dalla fine: le immagini scioccanti degli orangutan che non sopravvivono alla deforestazione che destina gli alberi alla funzione di biomassa, il monito di Rachel Carson a fare da esergo del film, l’invito a “riprendere il controllo del movimento ambientalista”. Cosa è successo?

Il documentario parte da lontano: è il 1958 quando il film prodotto da Frank Capra “The unchained goddess” preconizza la fine del modello energetico fossile; pochi anni dopo esce “Primavera silenziosa” di Rachel Carson, insuperato manifesto ambientalista, e nel 1970 debutta la prima Giornata della Terra. E allora, si chiede Gibbs, “perché siamo ancora dipendenti dai combustibili fossili?” 

Forse perché l’energia pulita è una promessa non mantenuta. Il documentario prende in considerazione diversi esempi di inefficienza delle soluzioni green e mostra la loro codipendenza da fonti e materie prime non rinnovabili e altamente inquinanti: come la macchina elettrica che viene ricaricata con l’energia della vicina centrale a carbone, o l’impianto solare, del quale il tecnico intervistato dice: “Il sole è rinnovabile, ma l’impianto solare non lo è”.

Parallelamente la narrazione ripercorre la storia dell’incontro del movimento ambientalista con il capitalismo, fino all’emergere di figure acclamate dal pubblico come paladini dell’ecologia ma che sono invece ambiguamente collegate a progetti industriali: Obama, con il suo Re-power America da 3 miliardi di dollari; Al Gore, presidente mancato e premio Nobel; e Bill McKibben, co-fondatore di 350.org.

McKibben è diventato l’attore principale di una feroce campagna contro questo documentario, che viene indicato come falso, inaccurato e addirittura “fogna” in un intervento pubblicato su Rolling Stone il primo maggio, attacchi che hanno causato un’immediata replica di Michael Moore.

Tuttavia la posizione ambigua di 350.org, i suoi rapporti con fondazioni che la sostengono che hanno interessi nell’industria delle rinnovabili e, da ultimo, le recenti notizie sul divestment dal fossile da parte di investitori primari come Goldman Sachs che puntano invece al mercato green [notizia di cui Planet 2084 si occuperà a breve, n.d.r.] lasciano il legittimo dubbio che la campagna denigratoria contro il film nasconda la difesa di interessi che stanno “nascosti sotto un velo verde”.

Coglie il punto uno degli ultimi intervistati, che osserva che la via d’uscita dalla crisi climatica non risiede in soluzioni tecnologiche il cui rapporto costi-benefici è più che dubbio, ma nel capire che “la crescita infinita su un pianeta finito è un suicidio” e che “il meno deve essere il nuovo più”.

Eccoci quindi all’invito finale a riprenderci l’ambientalismo, che non può andare a braccetto con il sistema produttivo che ci ha condotto al punto in cui siamo ora, e al ricordo delle parole di Rachel Carson: L’umanità è chiamata, come mai prima d’ora, a provare la sua maturità e la sua padronanza - non della natura, ma di se stessa.

Ma allora perché tanta acredine verso quest’opera così attuale? Per le critiche che solleva verso le false soluzioni di un certo "ecologismo" mainstream, assolutamente compatibile con il "business as usual" dell'attuale modello di società.

Michael Moore ha il merito (finalmente) di andare oltre il "rinnovabile è bello" e svelare non solo gli interessi, ma anche i possibili rischi di soluzioni tecnologiche fortemente impattanti e dalla dubbia efficacia: vuole dirci che senza un reale cambio di paradigma economico non potrà mai esserci soluzione alla crisi ecologica e climatica. Senza una riduzione di quanto produciamo e quanto consumiamo, alcuna soluzione rinnovabile sarà sufficiente.

Il film ci costringe a un bagno di realtà: alla crescita infinita non è possibile contrapporre nessuna soluzione tecnologica. Anche quella considerata più green, di fronte alla necessità di aziende e governi di avere profitti e PIL in crescita, si tramuta in strumento di devastazione.

Le critiche al documentario si incentrano su 3 argomenti principali:

- il modo in cui viene affrontato l'uso delle energie sostenibili: pannelli solari, pale eoliche, macchine elettriche, biomasse, che sono il punto di forza del Green New Deal, in USA e altrove. Chi lo stronca indignato sostiene che siano state usate argomentazioni vecchie e poco fondate;

- il fatto che l’attacco alle rinnovabili validerebbe le tesi dei negazionisti climatici perché sosterrebbe che, alla fine, tanto vale continuare ad usare i combustibili fossili: You use more fossil fuels to do this than you’re getting benefit from it. You would have been better off just burning fossil fuels in the first place;

- infine, il modo in cui il film introduce un’altra tesi problematica, quella del sovrapopolamento.

A nostro parere la prima e la terza critica contengono un fondo di verità, ma non sono in grado di cambiare la sostanza del messaggio di fondo del documentario e di inficiarne la sua validità: non dobbiamo credere alle soluzioni facili e fare i conti, finalmente, con la necessità della decrescita anticapitalista.

È vero però che il documentario poteva essere più accurato sulla tecnologia e più aggiornato sulla resa delle rinnovabili e sulla posizione di diversi paladini del Green New Deal: ad esempio l’accanimento su McKibben si è rivelato controproducente proprio perché non aggiornato. Ma rimane il dato, irrefutabile, che la tecnologia green si appoggia ancora, in modo preponderante, su risorse minerali ed energetiche non rinnovabili; da qui, però, far discendere la tesi che gli autori spezzino una lancia a favore dell’industrie dei fossili è un errore logico, un classico slippery slope dedotto da un paradosso.


Ecco perché, se la prima critica è parzialmente fondata, la seconda non è solo infondata, ma in malafede.


Infine, c’è l’argomento del sovrapopolamento: ne ha spiegato bene il contenuto George Monbiot che, sul Guardian, ha citato la frase incriminata del documentario sull’overpopulation: We really have got to start dealing with the issue of population … without seeing some sort of major die-off in population, there’s no turning back.” Correttamente Monbiot fa notare che, posta così, la questione strizza l’occhio a tesi razziste, e che sarebbe più corretto analizzare il rapporto tra popolazione e consumi. Mombiot riporta il dato di crescita della popolazione mondiale dell’1% annuo, ma evidenzia che nei paesi ricchi i consumi crescono del 3% ed è lì che si concentra lo spreco di risorse: questo è quindi è un tema che va declinato seriamente alla luce di un cambio di paradigma complessivo.


Al netto dei suoi difetti, comunque, il documentario merita di essere visto: offre spunti inediti sui troppi interessi ormai aggregati dietro il 'nuovo accordo verde' e, se si segue con attenzione alla luce dei rilievi che gli vengono mossi, anche momenti di discussione critica del tutto salutari, e niente affatto divisivi, del movimento ecologista.

Per il quale resta valido l’invito finale a liberarsi delle troppe intrusioni del mondo della finanza e delle fondazioni, e a ritornare alle origini.

Il documentario Planet of the Humans di Jeff Gibbs, prodotto da Michael Moore, resterà su YouTube fino al 21 maggio, raggiungibile da questo link https://planetofthehumans.com

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