Riflessioni su Dieta Americana e Pandemia

Aggiornato il: apr 16



In questi giorni stiamo assistendo ad una progressione impressionante del contagio da SARS-Cov2 negli Stati Uniti dove l’agente infettivo sembra essere particolarmente virulento.

Al netto dei fattori ambientali legati all’inquinamento ancora oggi poco citati dai media, credo sia arrivato il momento di evidenziare anche il sottile legame esistente tra pandemia, standard american diet (SAD) e allevamenti intensivi.


Questi ultimi due elementi sono legati in una spirale perversa di potenziamento reciproco. Soffermiamoci sulla SAD.

La dieta americana standard è quella riassumibile nella frase: “bisogna mangiare un po’ di tutto, magari con moderazione“: un messaggio tranquillizzante, quasi banale.


Un invito a badare alla quantità di cibo assunto senza distinzioni qualitative, che è stato esportato e globalizzato a livello planetario.


Variamente appoggiato e declinato dagli enti governativi e dalle associazioni mediche americane, tiene insieme gli interessi delle industrie alimentari e farmaceutiche, meno quelli della salute degli americani.

Il concetto di “Salute”, definito dall’OMS nel 1948 come stato di completo benessere fisico mentale e sociale della persona, è stato sostituito oggi da quello che si è più sani perché si vive più a lungo. Anche qui, quantità al posto della qualità.


È vero, si vivono più anni, ma più malati e con meno anni di salute (secondo la definizione OMS), di quanti ne vivessimo un tempo.

È almeno un quarto di secolo che si levano - paradossalmente proprio negli stessi Stati Uniti - voci critiche sui limiti della SAD e i suoi effetti, avendo creato una popolazione di adulti per la maggior parte malati e/o medicalizzati.

Dal punto di vista epidemiologico gli effetti negativi sulla salute sono numerosi ed evidenti; basta riflettere sugli indici di massa corporea della popolazione americana, che da anni risultano fuori scala: un terzo della popolazione obesa, un terzo in sovrappeso e un terzo normopeso con una progressione esplosiva delle malattie del benessere, segnatamente patologie cardiovascolari, tumorali e neurodegenerative.

Un modello esportato in tutto il mondo, ed è scientificamente dimostrato che chi più ha aderito a questo stile alimentare più si è avvicinato al quadro epidemiologico americano. Lo si vede particolarmente in paesi asiatici come il Giappone e la Cina, tradizionalmente lontani da questo stile ma che negli ultimi 50 anni hanno vissuto un forte viraggio delle loro abitudini alimentari, con conseguente aumento di patologie cardiovascolari, obesità e diabete, in numeri mai visti prima.

Il cuore del problema è che la SAD continua ad essere troppo povera di cibi vegetali e integrali, carente quindi di quei micronutrienti essenziali per la nostra salute e invece troppo ricca di cibi industrialmente trasformati e soprattutto di proteine animali.



Teniamo conto dei dati ufficiali: negli Stati Uniti assistiamo ad un consumo di carne pro capite di almeno sei volte quello ritenuto sicuro dall'OMS e a un progressivo scadimento qualitativo del prodotto stesso, inevitabile conseguenza della progressiva concentrazione degli allevamenti zootecnici intensivi, fenomeno che si è già ampliamento globalizzato.

Anche solo analizzando il fenomeno dal punto di vista alimentare, senza considerare per questa volta le implicazioni aberranti del sistema industriale di valutare come pura merce degli esseri viventi, diventa evidente che concentrare grandi quantità di animali non solo amplifica l’impatto ambientale ma costringe a intervenire farmacologicamente e con mangimi edulcorati su ogni singolo capo per poterne garantire la sopravvivenza in un regime totalmente incompatibile con la vita.


Il risultato è un prodotto finale sempre più contaminato dalla chimica e scadente dal punto di vista nutrizionale.


Questa abitudine alimentare che non sembra destinata a finire nel breve periodo (gli addetti ai lavori prevedono comunque incrementi dei consumi di carne) riverbera sul nostro stato di salute sempre più labile.

La comunità scientifica accademica sa che nutrirci in questo modo è davvero dannoso sul lungo periodo.



Lo stato di infiammazione cronico a basso livello che si determina assumendo una dieta non in linea con la nostra natura, prevalentemente frugivora e onnivora solo come adattamento secondario, ci espone alle gravi patologie del benessere (ipertensione, arteriosclerosi, angina pectoris, infarto miocardico, ictus cerebri, stasi venosa, tumori vari in particolare al colon, stomaco, seno, endometrio, cistifellea, prostata e utero, diabete, gotta, patologie autoimmuni come dolori articolari, lupus e sclerosi) ma anche a molti agenti patogeni come batteri e virus.

Teniamo conto che il fenomeno infiammatorio cronico a bassa intensità rende il nostro corpo più permeabile e vulnerabile soprattutto nelle superfici di interscambio con l’ambiente esterno e quindi espone maggiormente intestino e polmoni all'aggressione di agenti patogeni esterni.

In questo momento ci si ripresenta drammaticamente l’occasione di riflettere meglio sui nostri modelli alimentari globalizzati e su quella autostrada che si è trovata davanti un agente infettivo nuovo come il SARS-Cov2.

Ecco qualche spunto per provare ad Invertire la Rotta!:

- Robbin J., The food Revolution, Conary press

- Campbell TC, Whole, Macroedizioni

- Greger M, How not to die, Baldini & Castoldi

www.nutritionfacts.org

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