Un pensiero sul Decologo di Gianfranco Amendola

Aggiornato il: mag 1

In questo tempo di pandemia suona un campanello d’allarme che non può essere ignorato.


In pochi giorni, di fronte al dilagare improvviso del virus, hanno iniziato a vacillare le nostre certezze, i nostri valori, il nostro modo di vivere quotidiano. Ci ritroviamo ad essere malati in un mondo da noi reso malato, dove tutti possono vedere l’emergere dei nodi della convivenza tra l’uomo e l’ambiente e tra uomo ed uomo.


Questi nodi erano già stati evidenziati con chiarezza esemplare anche nell’enciclica Laudato sì, riguardano tutti noi, credenti e non, condannano con chiarezza l’attuale “modello distributivo in cui una minoranza si crede in diritto di consumare in una proporzione che sarebbe impossibile generalizzare…”; si paventa il “tremendo potere” della tecnologia accentrata in “una piccola parte dell’umanità”; si ripudia una “concezione magica del mercato, che tende a pensare che i problemi si risolvano solo con la crescita dei profitti delle imprese e degli individui”; dove proclamare la libertà economica quando si riduce l’accesso al lavoro “diventa un discorso contraddittorio che disonora la politica”.


Insomma, occorre una profonda trasformazione politica, che sostituisca senza indugio l’era del petrolio e dei combustibili fossili con le energie rinnovabili ed abbandoni i dogmi della crescita, del mercato e del PIL perché “all’interno dello schema della rendita non c’è posto per pensare ai ritmi della natura, ai suoi tempi di degradazione e di rigenerazione e, quando si parla di biodiversità, al massimo la si pensa come una riserva di risorse economiche che potrebbe essere sfruttata”.


Il progresso è cosa ben diversa dalla crescita, per questo è fondamentale il ruolo della politica, tanto più che “una strategia di cambiamento reale esige di ripensare la totalità dei processi, poiché non basta inserire considerazioni ecologiche superficiali mentre non si mette in discussione la logica soggiacente alla cultura attuale.”


In sostanza, per evitare nuove, insostenibili emergenze, è oggi evidente la necessità di una Politica lungimirante, capace di scelte mirate al soddisfacimento dei bisogni veri degli individui in un quadro di pacifica convivenza tra l’uomo e l’ambiente e tra uomo ed uomo.In altri termini, una proposta di cambiamento vero nei vari settori (energetico, produttivo, agricolo, edilizio, rifiuti ecc.) non può che essere unitaria e modellata sugli obiettivi che si propone. Ad esempio, nel settore energetico, prima di porsi il problema di “quale energia”, occorre porsi quello di determinare la “quantità necessaria” dopo aver definito a chi e a che cosa deve servire l’energia prodotta e quali bisogni si propone di soddisfare. Come nel settore dei rifiuti, occorre partire, a monte, dalle scelte di produzione di beni prima che divengano rifiuti.


Non si tratta affatto di fare una rivoluzione, non si vuole suggerire la contrazione dell’attuale consistenza produttiva, perché anzi in molti settori si rende necessaria una ulteriore espansione, purché sia chiaro che il successo non sarà più giudicato secondo la quantità di mediocri prodotti che siamo riusciti a sfornare o posseduti, “bensì da quelli che avremo conseguito in quanto amanti, compagni, genitori, in quanto uomini dotati di mente e di cuore...” (L.Mumford)


In questo quadro, riscoprire il valore-ambiente di per sé e rendersi conto che un valore non deve essere necessariamente utile o monetizzabile: la vita (un parco, un ghiacciaio, un lago, ...) ha un valore unico ed immensurabile di per sé, anche se non crea occupazione e non fa fare soldi. E così è per un tramonto, per un paesaggio, per una emozione.


Insomma occorre passare dalla quantità alla qualità, dall’avere all’essere.“Un uomo è ricco in proporzione alle cose che può permettersi di lasciar perdere” (H.D. Thoreau).Aggiungerei che questo uomo non è solo un uomo “ricco”; è soprattutto un uomo felice.


Ma forse è meglio dire, più semplicemente, che è un Uomo e basta.



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