• Ugo Poce

Vivere nell’incertezza al tempo del coronavirus

«I cittadini del primo mondo sono nel panico: provano esperienze per noi ordinarie. Non puoi viaggiare? Neanche noi ci muoviamo, da cinque anni. Non puoi uscire di casa? Sulle nostre piovono bombe. Scarseggiano le merci neisupermercati? Da noi con la guerra le attività produttive sono alla paralisi, le importazioni ridottissime. Un temibile virus si sta diffondendo? Abbiamo provato lo stesso con il colera. Siete preoccupati per i bambini? Benvenuti nel nostro mondo di sempre. Vi sentite tagliati fuori come nazione? A noi è successo con il 90% dei paesi? Posti di lavoro che si perdono? Da noi in tanti non ricevono salario da cinque anni. Le scuole chiuse? Da noi succede da anni. Sistema sanitario in crisi? Da noi succede per qualunque tipo di malattia si contragga. Tranquilli, all’inizio è dura. Poi, dopo un po’ ci si abitua.» *
Sara Ameri, Saana, Yemen

Sara scrive dall’epicentro di una gravissima crisi alimentare e umanitaria, tra colera e locuste, mentre la coalizione a guida saudita bombarda.

Seduto al computer rispondo a Sara, con l’acqua calda pronta per la doccia e il frigo pieno.


Un punto di vista diverso, il virus inatteso che ci assedia e il lento trascorrere del tempo mi fanno ricordare scene vissute. I tanti giorni passati navigando a vela mi hanno fatto capire la differenza tra paura e angoscia: il groppo del fortunale si vede da lontano, l’adrenalina della paura ti fa agire contro il pericolo incombente con il sapere appreso fin allora, sperando sia sufficiente. Lo scafo imbizzarisce quando vento e mare si scatenano, sai e capisci bene che devi assecondare se vuoi salvarti. La Natura mostra quanto è più forte, rende evidente la stupidità del solo pensare di soggiogarla.


L’angoscia viene quando il pericolo è troppo grande o troppo piccolo, invisibile per distanza o dimensione. Avevo cominciato a preoccuparmi studiando il disastro ambientale che si stava compiendo, mi sono allarmato quando con il crescere della temperatura dell’aria i ghiacci polari hanno iniziato a fondere sempre più rapidamente, vedendo in Senegal capanne, piroghe, cimiteri e vite distrutte dall’oceano Atlantico che sale. L’angoscia è arrivata con la miopia dei governi, con lo stordimento consumistico delle persone nei centri commerciali, con il silenzio assordante dei media sulla Grande Accelerazione del disastro ecologico provocato dal riscaldamento climatico, possibile inizio di una valanga di retroazioni positive che si autoalimentano, predetta e gridata dal mondo scientifico.


Ma, prima una ragazzina di nome Greta e ora il virus hanno messo a nudo il re, o meglio il folle regno di un dio fasullo, il denaro, e il suo dominio, il mercato. Hanno tolto gli ultimi veli alle cause del disastro che ora è impossibile negare. Sono cause ed effetti scomodi per chi cercava di distrarci e per noi rinchiusi nelle case.

Nei paesi del cosiddetto Occidente abbiamo finora vissuto in una sostanziale sicurezza, comunque tranquilli sul fatto che saremmo stati curati e che avremmo potuto comprare di che sfamarci.


Ora i negozi chiusi, le file di persone silenti e distanti davanti ai supermarket con gli scaffali semivuoti e gli ospedali carenti di ventilatori e mascherine ci rivelano che vivevamo in uno scriteriato sistema estrattivo e produttivo oltre i limiti naturali. A ben guardare l’aria carica di carbonio che respiriamo e il parquet che calpestiamo, la stessa realtà ci rivela il virus, al quale abbiamo offerto una inaspettata possibilità riproduttiva proprio nella specie che ha tagliato il suo verde habitat.


Ma per inseguire cosa? Quale sogno?

Per tornare ad affannarsi a sgomitare nel tentativo di catturare qualche goccia di benessere materiale colata dal profitto di pochi che diventano sempre più ricchi?

“Ci stanno rubando il tempo della vita”, dice Mujica.

Ora, per noi è così.


Ma Sara va oltre l’orizzonte del piccolo enorme numero di migranti fuggiti che incontravamo nelle strade ora vuote, le sue parole ci ricordano le persone imprigionate in case sovraffollate da bombe e mine fabbricate nel primo mondo, i milioni di persone accalcate nelle bidonville prive di servizi elementari attorno alle tante megalopoli del terzo mondo, dove tutti i giorni, da sempre, è più o meno così.


Quest’estate sarà forse la quinta consecutiva più calda di sempre e viviamo con la speranza di un futuro rientro a casa per fuggire dal caldo feroce delle spiagge, auguriamoci che, dalle riserve idriche già ora secche, dai rubinetti sardi o pugliesi esca l’acqua per lavarsi le mani.


Ora che ne abbiamo l’occasione, liberiamo gli occhi dalla tv e dal compulsivo digitare sul cellulare, dentro e intorno a noi c’è la realtà. Iniziamo con il riprenderci il tempo sospeso di questo incerto presente, cominciamo a riflettere, a immaginare, a ragionare insieme per disegnare un futuro diverso.


No Sara, non ci stiamo abituando, resistiamo anche per voi.

Però quando ne saremo usciti, invertiamo la rotta, subito!


*(l’Antidiplomatico, 14 marzo 2020)

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