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Siamo di fronte al bivio

Sia pur con la solita superficialità, la inconsueta enfasi data dalla informazione mainstream al Rapporto 1.5°C dell’IPCC, ha aperto un varco nella distratta e apatica opinione pubblica.

 

Forse perché ha coinciso con la serie di ripetute improvvise alluvioni di questa estate, la più calda mai registrata, e con le 34 vittime delle alluvioni, della violenza del vento e del mare nei primi giorni di novembre. La inconsueta intensità di questi fenomeni sono come tessere di un puzzle. Unite alle sbiadite e lontane immagini del collasso delle barriere coralline, della diminuzione dei ghiacciai sulle montagne e nelle calotte polari, della plastica che invade spiagge, mari, bevande e cibi, cominciano ad incastrarsi con quelle delle ondate di profughi in fuga sui ponti sudamericani e sui barconi nostrani.

 

Man mano che procede, la composizione del puzzle rende più evidente l’impatto del riscaldamento climatico agli occhi di tutti e inizia a delineare un quadro d’insieme che diventa preoccupata consapevolezza in un numero crescente di persone.

Ai più attenti non sfugge la rapidità con cui avanza il correlato processo di squilibrio sociale legato a quello di ecosistemi sempre più degradati e sconvolti, come nel caso del Sahel dove ora anche i soldati italiani tentano di fermare le persone che fuggono verso le sponde sud del Mediterraneo.

E’ detta “Grande Accelerazione”, investe tanti e diversi fenomeni, ed è rappresentata nei grafici delle pubblicazioni scientifiche dalle curve esponenziali che schizzano verso l’alto.

Da decine di anni il mondo scientifico e gli ecologisti mettevano in guardia sul precipizio verso il quale eravamo lanciati; ora l’IPCC annuncia che ci siamo arrivati.

 

Ma qual è la resistenza che ha determinato il ritardo nel mettere in atto la profonda trasformazione necessaria che ora il nostro pianeta impone con urgenza? Cosa ha impedito di agire per tempo?

Perché la questione ambientale è così “scomoda” o meglio “per chi è scomoda”?

 

La risposta non è difficile: la resistenza è data da un modello produttivo “stupido” (così lo definì Donella Meadows, l’autrice del famoso libro “I limiti dello sviluppo”). Stupido perché non ha come obbiettivo il raggiungimento del benessere necessario per tutti ma tende a una cosa impossibile: la crescita illimitata della produzione di beni da consumare su un pianeta limitato. La miopia del pensare la Terra come a un supermarket con gli scaffali pieni, sorgente di gratuite risorse naturali illimitate e discarica infinita degli scarti, oggi appare sempre più chiara e anzi, ne stiamo già pagando pesantemente le conseguenze.

 

Tutti i giorni siamo immersi nel dibattito sul “nervosismo dei mercati”, sull’andamento del PIL e dello spread. L’Economia come scienza che GUIDA la Politica così come l'idea della crescita illimitata è il must di ogni “decisore politico” che su questi principi deve garantire il suo impegno per essere eletto e rieletto.

Imprigionato nella visione settecentesca del mondo della Royal Society londinese di Newton e Watt che ora, dopo appena tre secoli, il pianeta svela in tutta la sua cecità, non può riconoscere i limiti imposti dal nostro pianeta per non cadere nell’evidente contraddizione, per questo propone piccole toppe che non risolvono il problema.

A tutto questo si somma poi un problema di tempi: il petrolio, così come il carbone e tutti i minerali del sottosuolo, si formano in tempi geologici di decine o centinaia di milioni di anni ma sono stati consumati in qualche decina di anni. Il raffronto dei numeri in cifre rende forse più chiaro il problema: 100.000.000 e 10.

 

I responsabili dei crescenti disastri provocati dal clima impazzito sono élite sempre più ristrette dei paesi ricchi, non certo i contadini, i piccoli allevatori o gli artigiani dell’Africa, dell’Asia o del Sud America. Gli obesi famelici consumatori europei, statunitensi, giapponesi, ecc. che hanno beneficiato della crescita produttiva - ma il loro numero sta rapidamente diminuendo- sono appena un quinto della popolazione mondiale mentre i restanti 4/5 miliardi di persone che vivono su questo pianeta spesso non possiedono il frigorifero e molte di esse neanche la corrente elettrica o l’acqua potabile.

 

Ancora legati ad una politica di vecchio stampo coloniale molti paesi ricchi continuano a sfruttare le risorse dei paesi poveri appoggiandosi a antidemocratiche e corrotte elite burocratiche locali ma il riscaldamento climatico destabilizzando ancora di più gli ecosistemi finisce per far collassare le situazioni già instabili e la povertà esplode in folle di profughi che scappano dai disastri ambientali, come sta succedendo in diverse parti del Sahel. La maggioranza di essi riempiono le bidonville attorno alle megalopoli del proprio paese o di quelli limitrofi, solo una piccola parte riesce a raggiungere i luoghi del benessere creando gli sconquassi che conosciamo, rendendo ridicoli i muri.

 

 

lo spiegano la totalità degli scienziati, lo chiedono gli ecologisti, Papa Francesco e il Dalai Lama, le popolazioni del Sud del mondo e il crescente numero di persone che scendono in strada in molti paesi del mondo. Ora lo riconoscono anche gli oltre 150 governi che hanno firmato il Rapporto 1.5°C dell’IPCC ed è stato ribadito ieri all’apertura della COP24 a Katowice.

 

“Siamo entrati nel periodo delle conseguenze” : così Churchill ricordava gli effetti delle indecisioni avute nel fermare il riarmo hitleriano.

 

 

 

 

 

 

 

 

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